Santa paura
"Ho smesso di credere a Babbo Natale quando ne ho incontrato uno ai grandi magazzini e mi ha chiesto l’autografo”. Non tutti sono fortunati come Shirley Temple, la diva che stroncò la carriera di Graham Greene come critico cinematografico.

E ora il volume. Prima tiratura di 100 mila copie, ristampe precipitose, sarà il re delle feste in tempo di crisi. Costa appena dieci dollari e tiene occupati più a lungo della tombola: ognuno può commentare e aggiungere altre foto. “The Fright Before Christmas”, annuncia una recensione, mentre viene la tentazione di tirar fuori dallo scaffale i libri di David Sedaris, diventato famoso leggendo alla National Public Radio i suoi diari da elfo in servizio nei grandi magazzini. Era tra gli aiutanti, vestiti di verde e con le orecchie a punta, che mettono in fila i bimbi e li intrattengono in attesa delle sospirate ginocchia. Ne eravamo convinti, prima di sfogliare questo libro. Adesso sappiamo che tocca all’elfo non far scappare i bambini.
Le fotografie di “Scared of Santa” sono ordinate per capitoli, a seconda delle specialità bambinesche, corredate da didascalie in stile Gialappa’s. Lacrime semplici, per cominciare. Poi l’escalation, tra “Bribery” e “Navel Maneuvers”. Ovvero: i genitori che allungano regali perché il bambino smetta di frignare, e le colluttazioni tra infanti che cercano di fuggire e adulti che pur di trattenerli quasi li spogliano. Non manca qualche Babbo Natale particolarmente sinistro (chi avrà fatto il casting, al grande magazzino? oppure è un sostituto?). E un raro Babbo Natale scrupoloso che resta malissimo quando non riesce a far gioire il piccino. Gli altri hanno l’aria cinica dei mestieranti, o di chi per campare si rassegna a tutto. Come Reb Yitzhak, il povero ebreo che in un racconto di Nathan Englander ogni anno tira fuori i vestiti da Babbo Natale (tranne la barba, vera), e finisce tra mocciosi urlanti che contrattaccano, accusandolo di pedofilia.
Le fotografie di “Scared of Santa” sono ordinate per capitoli, a seconda delle specialità bambinesche, corredate da didascalie in stile Gialappa’s. Lacrime semplici, per cominciare. Poi l’escalation, tra “Bribery” e “Navel Maneuvers”. Ovvero: i genitori che allungano regali perché il bambino smetta di frignare, e le colluttazioni tra infanti che cercano di fuggire e adulti che pur di trattenerli quasi li spogliano. Non manca qualche Babbo Natale particolarmente sinistro (chi avrà fatto il casting, al grande magazzino? oppure è un sostituto?). E un raro Babbo Natale scrupoloso che resta malissimo quando non riesce a far gioire il piccino. Gli altri hanno l’aria cinica dei mestieranti, o di chi per campare si rassegna a tutto. Come Reb Yitzhak, il povero ebreo che in un racconto di Nathan Englander ogni anno tira fuori i vestiti da Babbo Natale (tranne la barba, vera), e finisce tra mocciosi urlanti che contrattaccano, accusandolo di pedofilia.